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CHI HA UCCISO IL TALENTO NEI VIVAI ITALIANI?

“Dopo Pirlo l’Italia non ha avuto più un grandissimo talento. Sono passati vent’anni, è stato ucciso il talento italiano nei vivai. Per l’Italia ci vogliono 10-15 anni per tornare al top, al livello dell’Inghilterra”. 

Questa dichiarazione è stata rilasciata da Boban Zvonimir, responsabile del calcio Uefa, durante un programma televisivo e poi riportata sulla Gazzetta dello Sport.

Bastano queste poche righe per descrivere perfettamente la situazione attuale del calcio italiano.

Io sono il primo ad essere assolutamente d’accordo con Boban riguardo alla mancanza o, se vogliamo, alla scarsità di veri talenti italiani.

Gli ultimi giocatori che hanno avuto il diritto di entrare in questa definizione di “vero talento” risalgono ancora a quelli che hanno vinto il mondiale nel 2006.

Capisci bene che questo non è ammissibile.

Se ci pensi, i ragazzi e bambini di oggi, non hanno MAI visto la Nazionale italiana giocare i mondiali. 

É vero che c’è stata l’occasione durante gli europei ma sarai d’accordo con me che è stato un momento molto rapido e che non ha avuto nessuna striscia positiva futura.

Infatti, dopo la vittoria dell’Europeo, l’Italia non ha avuto accesso ai Mondiali a causa della Macedonia.

Ciò detto, il fatto che non ci siano più talenti che spiccano nei vivai italiani è ormai confermato. 

É un vero e proprio fenomeno generazionale che può aprire a due scenari: capire come rifondare drasticamente i vivai italiani e le metodologie di allenamento o continuare come stiamo facendo oggi sperando che prima o poi qualcuno emerga e l’Italia ritorni ai tempi d’oro grazie a questi giocatori.

La verità però che la causa di questa poca quantità di talenti sono principalmente legati alla tipologia e alla qualità della formazione e dell’allenamento.

Il livello qualitativo si è abbassato drasticamente, questo perché siamo rimasti fermi a 30 o 20 anni fa nell’intendere il gioco del calcio.

Non nelle metodologie di gioco, che sono riprese da allenatori top a livello mondiale ma dal punto di vista dell’approccio caratteriale, mentale, emotivo.

Chiaramente, la differenza con gli altri paesi europei è lì da vedere, si nota subito che sono completamente su un altro livello.

La Svezia che ci ha buttati fuori dal mondiale del 2018 già la nazionale giovanile ha un supporto di allenamento mentale per tutti i giocatori, fino ad arrivare alla prima squadra.

L’obiettivo è quello di creare giocatori performanti prima a livello di capacità mentali e poi di qualità in campo, dove possono esaltarsi perché sanno come gestire il proprio corpo e le proprie emozioni grazie al loro atteggiamento mentale.

Di fatto, in uno scontro diretto ha avuto la meglio la Svezia e di seguito ai mondiali sono arrivati addirittura alle fase finali, vivendo un mondiale da protagonisti.

Attualmente invece, il calcio inglese ha nelle sue mani il futuro di questo sport sotto tutti i punti di vista: intensità, qualità, giocate dei singoli, mentalità, atteggiamento e strutture.

Peculiarità che fanno del loro calcio il miglior in circolazione perché curano ogni aspetto e valorizzano l’uomo prima e il calciatore poi.

Altri aspetti sono stati gli investimenti passati nella ricerca e nello sviluppo delle strutture che sono all’avanguardia in Europa e nel mondo e nelle risorse umane specializzate nel supporto ai giocatori.

Ovviamente, continuiamo a progredire grazie ai continui investimenti in tutte le aree appena elencate fanno sì che gli altri campionati diventino di secondo livello o non paragonabili.

Un altro aspetto di differenza con le altre nazioni è come curano e gestiscono la crescita di un giovane di talento.

Al di fuori del nostra penisola, un ragazzo se viene fatto esordire è perché sono consapevoli che ha bisogno di tempo per esprimere tutto il suo potenziale ed accettano di avere tempo per cullarlo e proteggerlo partita dopo partita per aspettare che sbocci definitivamente.

In Italia al contrario, appena un ragazzo fa l’esordio, e magari gioca anche una buona partita, finisce in prima pagina e viene paragonato o denominato subito come un giocatore del futuro.

Questo non fa bene al giocatore che si sente così inondato di responsabilità e pressione da parte dei compagni, dell’allenatore, della stampa e di tutta l’opinione pubblica.

Responsabilità e pressione, sono due elementi che il giocatore così giovane si trova a gestire, senza avere gli strumenti per farlo.

Il carico emotivo, di conseguenza, si alza drasticamente fino a che, piano piano, le prestazioni non sono “all’altezza” della squadra blasonata e viene mandato a farsi le ossa in altre categorie, non lasciando più traccia nei radar della squadra di appartenenza.

Mentre, come nel caso della nazionale inglese, i giocatori classe 2002, 2003 che hanno anche sbagliato un calcio di rigore nella finale dell’Europeo contro l’Italia, oggi sono pilastri sia della nazionale che nel loro club.

In Italia sarebbero stati subito criticati, ceduti e nessun avrebbe più puntato su di loro.

Detto questo, c’è l’esigenza di un cambiamento profondo  verso una prospettiva più rosea e più prospera.

L’obiettivo principale è il riscatto a livello nazionale dal punto di vista della qualità della formazione del talento che si genera in casa nostra.

Dobbiamo alzare il livello delle nostre strutture sin dai campi di paese, fino al livello dilettantistico e professionistico.

Ogni giovane portiere e ogni ragazzo merita il meglio per esprimersi.

Non può essere né un auto didatta né deve arrivare a 18/20 anni con delle lacune caratteriali, mentali, emotive e tecniche non più recuperabili.

È necessarie equilibrare le possibilità per ognuno per apprendere tutti gli strumenti per esprimere il vero talento, sia nei dilettanti che nei professionisti.

I giovani portieri dilettanti devono avere gli stessi strumenti dei professionisti per cercare di ambire di “rubare il posto” a chi già gioca nei settori giovanili professionisti.

E gli stessi giovani portieri professionisti devono avere strumenti per innalzare il loro livello mentale, caratteriale, emotivo e di abilità tra i pali rispetto alla concorrenza diretta e chi spinge dalle categorie inferiori.

Se si alza il livello dal basso, si alza anche il livello in alto.

Se lo facciamo lo dobbiamo fare investendo nelle strutture e nelle risorse professionali che presentano metodi di allenamento mentale per giovani portieri e per ragazzi con la finalità di avere in futuro portieri come una volta, che emergono e che sono i migliori al mondo.

Solo così inizieremo a coltivare i veri talenti che tanto mancano al nostro paese, per tornare una volta per tutte a fronteggiare tutte le squadre europee a testa alta e finalmente tornare a vincere le coppe che più contano al mondo.

Solo ed esclusivamente con talenti italiani.

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Daniele Rolleri

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